Eventi in realtà virtuale

Una nuova categoria esperienziale a prova di quarantena

Pochi giorni fa ho partecipato alla prima edizione di un evento che dalla prima “impression” mi ha subito incuriosito: il Disruptive Workshop VR organizzato dal SIDI (Swiss Insitute for Disruptive Innovation).

Le tematiche erano di sicuro appeal, legate alle tecnologie innovative dirompenti: realtà aumentata, blockchain, marketing per l’innovazione, passando per il quantum computing e l’intelligenza artificiale. Ma ciò che mi ha fatto partecipare senza esitazione è stato il fatto che si trattasse di un evento live in realtà virtuale.

L’idea è quella di ritrovarsi tutti in un “luogo”, partecipanti e relatori, ma non esattamente con i nostri corpi.
Prima però una parentesi doverosa. Ben lungi dal cavalcare esclusivamente l’effetto novità, oltre alla modalità innovativa ho trovato dei relatori di primissimo livello.
Quindi: realtà virtuale si, non come mero accessorio, bensì come veicolo di senso. Questo vale sempre, in ogni progetto.

Comunque, è andata più o meno così.

Sabato mattina. Ci si registra sulla piattaforma Engage, si indossa il visore, si configura il proprio avatar e si entra in un teatro addobbato con un dinosauro, un fulmine e altri oggetti surreali.
C
’è anche l’immancabile megaschermo per le slide.
“Aspettiamo i ritardatari e iniziamo” comunica un tizio ben vestito dal palco. Leggo il suo nome sopra la testa e riconosco Antony Vitillio, sviluppatore e fonte inesauribile di news tech dal mondo dell’immersività.

Mi guardo intorno. Gli altri personaggi presenti hanno più o meno tutti le stesse scarpe ma le facce sono differenti. Già perché a customizzare l’avatar si partiva dalla testa, quindi siamo stati tutti molto attenti a riprodurre occhi, outfit e pettinature, ma sulle scarpe la tendenza è stata quella di tirare via. Io le ho poi cambiate nella pausa caffè.

Da notare che approcciarsi alla realizzazione di un avatar per la VR, qui come in altri ambienti quali AltSpaceVR o VrChat non è un’attività così insignificante. So che sarò presente con un corpo, benché fittizio, e questo corpo in qualche modo mi rappresenterà. In pochi vanno in giro con quello di default.

Un avatar per la realtà virtuale è una delle proiezioni possibili della mia identità, quindi attraverso di essa andrò comunque a comunicare verso persone reali.

Ad ogni modo il punto è un altro, ovvero che una volta lì si è veramente lì. Personalmente lo sapevo già (lo faccio di lavoro e ci ho pure scritto un libro), ma ogni volta è una piacevole conferma nel quale scopro sempre nuove sfumature.

Per i neofiti invece è un concetto che va ribadito.

Al workshop si presenziava anche con la propria voce. A fronte di un’immagine artefatta e approssimativa, la voce in diretta dava al tutto credibilità e un senso di presenza. Ho creduto ai relatori immediatamente e nessuno ha dovuto spiegarmi che quelle erano persone vere. Basta infatti un solo elemento “caldo” (in questo caso la voce) per rendere accettabili le oggettive sbavature di una tecnologia che deve ancora perfezionarsi.

Un primo elemento di riflessione è quindi sulle differenze tra una room virtuale e un’altra. Sui social virtuali più informali trovi molta gente che cazzeggia, con avatar assurdi e atteggiamenti deliranti (alcuni di grande interesse antropologico).
Al Disruptive Workshop invece eravamo in perfetto ambito business.

Dopo un primo leggero spaesamento è curioso soffermarsi su come le persone assumano comportamenti socialmente accettabili. Tipo stare seduti o evitare di salire sul palco accanto ai relatori. Oppure li vedi avvicinarsi al mega schermo per leggere meglio le slide, o ancora farsi qualche selfie, come il sottoscritto.

E quindi sono stato a un evento. Punto. Strano, bizzarro, creativo, innovativo, ma pur sempre perfettamente indicizzabile come evento.

La riflessione che mi porto a casa è che in un mondo dove ci si riempie la bocca di smart working, sostenibilità e innovazione, le diverse variazioni sul tema della room virtuale sono un format estremamente affascinante, utile e applicabile nel medio periodo. Tanto più nel momento in cui scrivo, con questo cazzo di Coronavirus, le strade deserte e le aziende spaesate di fronte al blocco delle attività.

Perciò non si può evitare di fare una riflessione in real time sottolineando come in un mondo in quarantena una soluzione di questo tipo possa salvare eventi, riunioni e relazioni che valgono milioni di euro. Soldi veri, di un’economia reale, non virtuale, ammesso che esista ancora una distinzione del genere.

E quando la pandemia sarà passata?
Avremmo avuto l’occasione per riflettere in profondità su uno degli aspetti più dirompenti della trasformazione digitale, tutt’altro che vincolabile a situazioni di emergenza, ma anzi strumento che abbatte i confini dello spazio e del tempo per permettere nuove modalità di interazione.


Dunque, mosso da cotanta abbondanza di significato, non ho potuto fare a meno di chiedere il confronto con uno degli organizzatori del Workshop, membro del SIDI e responsabile marketing, Igor Ciminelli.
Igor è un professionista devoto all’innovazione, in prima linea, e con il quale condivido una visione estremamente eterogenea della questione, tra tecnologia, modelli di business e marketing. 

Igor, siamo ovviamente solo all’inizio, e il bello della sperimentazione di nuovi canali o formati è proprio quello di non sapere cosa succederà. Nel vostro primo evento VR (il Disruptive Workshop VR), avete notato o capito qualcosa di inaspettato o che vi ha sorpreso?

Ci ha stupito la reazione dei partecipanti e dei relatori (molti dei quali non sono avvicinabili tutti i giorni dato il loro alto profilo). Era un esperimento ricco di incognite, ma hanno avuto la meglio grandi feedback e consenso.

Abbiamo sperimentato un numero piccolo di partecipanti e piuttosto skillati. Dal punto di vista tecnico la gestione dell’audio è complessa. È poi fondamentale premettere le regole, perché le persone le seguono. Ci vuole fiducia negli utenti interessati che possono riuscire a utilizzare tecnologie anche complesse.

In questo senso ci tengo quindi a ringraziare Antony Vitillo, Massimiliano Ariani e a tutto il team tecnico che hanno risolto ogni problema in tempo reale.

Vogliamo creare un ponte tra appassionati di innovazione e professionisti, ma lo scopo più alto è innescare un meccanismo virtuoso verso la democratizzazione dell’innovazione.

Il problema principale è che persone o aziende che non siano big company non hanno né tecnologie né know how. Quindi sforzarsi di democratizzare l’accesso a questi strumenti è l’unico modo per far giovare tutti dei benefici e diffondere l’innovazione.

Come pensi si possa superare il “virtual divide”, ovvero la ancora scarsa diffusione di tecnologie per la VR, a partire dai visori?

Rimane un grande problema, ma prevediamo che si risolverà come è accaduto per tutti gli altri device, dai pc agli smartphone. La disruption richiede tempo, nasceranno startup e player che creeranno versioni più snelle ed economiche, quindi democratiche, magari con funzionalità diverse dai business model dei big player (vedi il gaming).

Ma ci sono altri aspetti, come la formazione. Pensiamo a cosa significa oggi aver un meeting annullato per il coronavirus. La telepresenza c’è già, ma è un’altra cosa. L’esperienza immersiva supera drasticamente una video conference, basta vedere come ci siamo ritrovati a giocare sulla luna alla fine del workshop.

La VR agevola così anche la contaminazione, riducendo le distanze.

Come pensi che evolverà il tema degli eventi virtuali e più in generale della collaborazione e formazione in ambienti virtuali?

Dipende molto dall’evoluzione tecnologica. La VR ha fallito per dei limiti tecnologici, ma il mondo del gaming sta chiamando con forza una ulteriore evoluzione, quindi rimane una questione di hardware. Partirà prima il mondo enterprise che sta prendendo una piega diversa, e presto si potrà affrontare tranquillamente un meeting operativo e collaborativo di 20 minuti in VR.

Pensiamo al training, poi. Pompieri, medici, forze speciali. Il virtuale ti da l’immersione emotiva ricreando anche situazioni di stress e di contesto che in altre simulazioni non potresti ottenere.

Dal punto del business, secondo te e secondo l’esperienza del SIDI quali saranno i mercati più ricettivi per le tecnologie immersive nei prossimi 2 anni?

Nel 2020/2021 emergerà l’AR anche se oggi è interpretata male. Ci potrebbero essere funzionalità più importanti di quelle che vediamo oggi. Sono comunque portato a credere che al momento la chiave stia nella semplicità: un link per collegarsi all’e-commerce o per registrarti all’interno di un network, molto veloce, puntando su conversione dell’utente e traccibilità.

Lato VR non vedo grosse evoluzioni finché non evolveranno e si distribuiranno i device. Un forte punto di interesse è però nella cultura e nell’arte, nell’esplorazione di ambienti e location. E poi il mercato del sesso e la pornografia. È assurdo non parlarne per pudore perché è il mercato che ha giovato di più di queste tecnologie. Esistono già diversi siti che offrono contenuti a luci rosse, e adesso stanno lavorando sull’interazione. C’è vergogna nel parlarne, ma è un mercato enorme.
Poi il futuro è nell’integrazione di tecnologie diverse, come la blockchain e AI. L’innovazione non può rimanere il gioco di turno, deve servire a creare nuovi modelli di business.

Foto: SIDI

L'autore

Antonio Laudazi

Innovation manager e consulente su strategia e trasformazione digitale. Nel 2012 fondo una delle prime agenzie specializzate in tecnologie immersive.
Autore del libro “Niente sarà più come prima”, (Dario Flaccovio Editore) e docente di tecnologie immersive presso l’Accademia Leonetto Cappiello di Firenze.
Co-fondatore di Psicologia 4D, laboratorio sul trattamento delle fobie tramite psicoterapia e realtà virtuale.

Antonio Laudazi

Innovation manager e consulente su strategia e trasformazione digitale. Nel 2012 fondo una delle prime agenzie specializzate in tecnologie immersive.
Autore del libro “Niente sarà più come prima”, (Dario Flaccovio Editore) e docente di tecnologie immersive presso l’Accademia Leonetto Cappiello di Firenze.
Co-fondatore di Psicologia 4D, laboratorio sul trattamento delle fobie tramite psicoterapia e realtà virtuale.

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Il gufo è simbolo di conoscenza, saggezza e capacità di osservazione. Il modo in cui vede è molto diverso dal nostro, ma come noi vede ciò che gli serve vedere per sopravvivere. In questo, al pari di altri animali, mi ricorda che la realtà è relativa e che la natura non ha pensato solo ad “ottimizzare” l’uomo.
Le tecnologie immersive hanno questa stessa caratteristica. Possono offrire punti di osservazione differenti o completamente nuovi, materializzare le immagini della nostra mente e offrire una differente interpretazione del mondo.