LA VALLE SCONCERTANTE E LE SORGENTI DEL SÈ

Aggiornamento del 21 gennaio 2020

Celebrità virtuali: nuovi dei o marionette?

1. Hatsune Miku

Sul tema dei personaggi virtuali è doveroso un approfondimento. Partirei da Hatsune Miku, una vera e propria pop star giapponese, attiva non solo in patria, ma in mezzo mondo, tanto da arrivare ad aprire un concerto di Lady Gaga. Peccato però che non esista, o meglio, che non esista in carne e ossa, ma sotto forma di ologramma, con uno stile grafico tipico della cultura nipponica: il manga.
Diciamolo subito però: i fan la adorano tanto quanto una persona reale, ed in effetti lei è reale: la vediamo, la ascoltiamo, si manifesta con una presenza anche piuttosto articolata. Ma non pensa, non ancora, e non prova emozioni, il che di certo non la rende uguale a me, ma neanche al mio cane. Su questo particolare ci soffermeremo più avanti,

Bambola di Hatsune Miku

Quello delle celebrità virtuali è un trend estremamente affascinante che vede oggi più di un caso di successo (di Lil Miquela parlo anche nel libro e parlerò più avanti) e che pare essere destinato a crescere rapidamente.
Credo che ciò sia dovuto a un processo di idealizzazione molto simile a quello che interessa le celebrità esistenti, anch’esse appartenenti a un livello della realtà sospeso tra ordinario e fantastico, per il quale si usano infatti terminologie astratte e metafore: icona, stella, eroe.

Hatsune Miku nasce nel lontano 2007 per mano della software house musicale Crypton Future Media. Inizialmente il suo ruolo era di dare un volto e un nome (dunque un’identità umanoide) a un’applicazione per la creazione di canzoni tramite preset vocali e voci sintetizzate. L’idea era che i giovani nipponici potessero creare e mettere facilmente in rete i loro capolavori j-pop realizzati con un sequencer e un banco di suoni ed effetti.
Una larghissima community di creators utilizza tutt’oggi questo software, che ha preso il nome di Vocaloid, per realizzare canzoni anche per la stessa Miku. In pratica si tratta di una performer open source: le canzoni che canta ai concerti sono scritte dai suoi stessi fan, e tramite una licenza ad uso non commerciale è anche possibile usare la sua immagine per creare balli e coreografie oltre che musica.

2. Ma come diavolo si fa a portare sul palco un manga?

La tecnologia è quella di una proiezione olografica, o se vogliamo di un projection mapping che consiste nella sostanziale evoluzione del Pepper Ghost: un elemento traslucido sul quale si proietta un video crea l’illusione che un contenuto digitale occupi uno spazio tridimensionale (in questo caso, il palco).
È un sofisticato insieme di scenografia, tecnologie di proiezione, sensoristica, grafica 3D e integrazione di sistemi meccanici, digitali ed elettrici.

Per prima cosa occorre quindi un’ottima concertazione e un’accurata progettazione del personaggio e della performance anche perché Miku si esibisce spesso dal vivo  con una band di umani. Le espressioni facciali possono essere replicate da un volto umano attraverso un sistema di motion capture, così come i movimenti del corpo, e ciò può avvenire anche in real time.

Un sistema di proiettori va poi a “sparare” il nostro personaggio in uno spazio limitato, che può essere piatto ma anche cilindrico, sempre a braccetto con una sapiente gestione dell’illuminazione, per nascondere il trucco e ricreare un affetto magico, materializzando la performer “come se fosse lì”.

Ho visto un backstage di uno spettacolo di Miku abbastanza sorprendente, dal quale emerge una incredibile complessità ma allo stesso tempo artigianalità nel mescolare macchine, linguaggi e professioni differenti, ibridando i mondi della musica, del software, della mixed reality e della computer grafica.
Per fare un esempio, il personaggio viene mosso in real time attraverso una tastiera midi e per evitare interferenze del campo elettromagnetico sui giroscopi, questi vengono tenuti tra le mani da una persona addetta (!).

Miku nasce quindi per donare un’anima e un’apparenza a un software, fino ad evadere dal software e “incarnarsi” tra gli umani, che non solo la accettano, ma addirittura la venerano, reclamandola come una qualunque reginetta pop. Un esempio di profonda tolleranza sociale, se ci pensiamo.

3. Lil Miquela

Andiamo poi dall’altra parte del mondo. Siamo a Los Angeles e con i suoi quasi 2 milioni di follower, Lil Miquela è la controparte sensuale della più fantasy Hatsune Miku.

All’anagrafe Miquela Sousa, di origini brasiliane, è stata creata dalla startup Brud, una sfuggente digital factory che si dichiara tra AI e robotica, ma che di fatto sviluppa personaggi digitali.
Tra i quali appunto la lentigginosa ventenne, apparsa su Instagram nel 2016, e diventata in pochissimo tempo icona fashion e pop star. Qui l’anime lascia il posto al fotorealismo: inizialmente si crea sconcerto su questa figura che a prima vista appare umana, anche perché non ci si aspetta di trovare  un avatar 3D a fare il top influencer su IG.
Miquela diventa giorno dopo giorno un personaggio familiare, a colpi di abiti firmati, location trendy, videoclip e feauturing con star del calibro di Millie Bobby Brown (la “Undi” di Stranger Things), il trapper e producer Baauer (quello di Harlem Shake) o la top model Bella Hadid.

Non più aliena di molte pop star a sangue caldo, e neanche più truccata o più atteggiata, è proprio nel rapporto con gli umani che Miquela si umanizza e appare sempre più credibile, sempre più vera.
Basti pensare al fashionissimo e chiacchieratissimo bacio saffico con la Hadid per una campagna di Calvin Klein, furbescamente rivolto al fervido mondo LGBTQ.

E l’intelligenza? Non è artificiale. Non per il momento. È del tutto umana. Si tratta di una marionetta, ma sarebbe bello se si stesse più o meno volontariamente preparando il campo a qualcosa di più; qualcosa di “oltre”.

C’è in tutto questo molto della gaming culture, qualcosa di Asimof, sottesi richiami esoterici al mito del Golem e un po’ di vampirismo in senso lato, perché appunto questa ragazza vive e viene accettata nel calore e nella vicinanza con gli umani; da sola rischierebbe di scivolare in una valle sconcertante fatta di morbosa attrazione e sottile ripugnanza. Lontanissimo da universi gotici e letterari, il mondo di Miquela si intinge in una squisita ed esotica salsa al neon, riportando alla mente il ben noto Black Mirror, ma ancor di più l’immaginario dell’ultimo Nicolas Winding Refn (vedi The Neon Demon, non a caso uscito nello stesso anno di Miquela).

La domanda, dietro alle moine e agli abiti firmati è:

questa entità può sanguinare? Può godere, soffrire, amare?
Quanto c’è di umano in lei?

Una domanda necessariamente sospesa, anche se, come apprendo da un articolo su Tech Crunch del 2018, pare che dopo un hackeraggio del profilo IG di Lil Miquela, questa abbia confessato al mondo di essere un robot. Insomma, ha fatto outing, svincolandosi dal deus ex machina Brud.
Una narrazione nella narrazione, finzione nella finzione, un attorcigliarsi su se stessa della realtà a metà tra Inception e Chiara Ferragni.

E scopro anche un collegamento interessante. Il co-fondatore di Brud, Trevor McFedries, ha alle spalle un passato da dj e produttore musicale, quando lavorava con Katy Perry, Kesha e Azealia Banks con il soprannome di «Yung Skeeter». E fin qui, niente di strano.
Ma McFedries avrebbe anche lavorato presso la Bad Robot, compagnia di produzione del celebre regista di fantascienza J. J. Abrams.
Quindi nasce un doppio sospetto sulle reali intenzioni del progetto: Miquela potrebbe essere il primo esemplare di una incombente generazione di super pop star virtuali, capaci di fare qualunque cosa, di cambiare continuamente senza invecchiare mai, ma anche di non creare scandali che non siano voluti, di non finire in comunità, di non avere crolli o cali di performance. Di trovarsi in luoghi diversi allo stesso tempo. Di non morire, se non strettamente necessario al proseguimento del business.
Ma potrebbe anche trattarsi di plot omnicanale, di un esperimento cross-mediatico, di una strategia più raffinata e di lungo periodo per introdurre nuovi formati o piattaforme, non prima di aver abituato qualche milione di utenti ad accettare presenze sintetiche nell’olimpo degli nuovi dei (ogni riferimento ad American Gods è volontario).

4. Cos’è tutto questo?

Anche mettendo da parte le dietrologie, è palese che al di là del neologismo appena usato, siamo ben oltre il concetto di avatar e si potrebbe disquisire a lungo su chi siano i genitori culturali di queste splendide creature.
Se con Miku viene da pensare alla manifestazione più avanzata del desiderio di evasione di nerd introversi divoratori di manga ed hentai, osservando Lil Miquela e i suoi epigoni è chiaro che siamo di fronte a qualcosa di più profondo.

Forse è solo quello che è: social media business, una strategia editoriale riuscita troppo bene, come quei racconti che sfuggono dal controllo dello scrittore e iniziano a fluire con una sinistra volontà propria.
Forse è il frutto dei tempi, digital design influenzato da suggestioni sci-fi e da una sotteso (ma non troppo) movimento socio-culturale per l’annullamento di ogni separazione e discriminazione di genere. Un mondo bizzarro, eclettico, eternamente giovane e profondamente libero, ma anche fragilissimo nel suo movimento perpetuo di post, stories, like, onnipresenza.

O ancora, potrebbe essere uno strambo capitolo nella storia delle relazioni e delle sottoculture: in piena sbornia social, tutti interconnessi eppure così soli, nel tentativo di superare noi stessi e la nostra forma, siamo approdati a una materializzazione tridimensionale di concetti non altrimenti esprimibili dall’uomo; detto in parole più semplici, c’è forse un tentativo in atto di connettere il pensiero (o il desiderio) alla forma, superando i vincoli e l’intercessione della materia.

O magari stiamo davvero assistendo alla nascita di nuove divinità, capaci di influenzare e interferire con il raziocinio e le azioni umane, marionette, come abbiamo già detto, in attesa che i prodigi della robotica e dell’intelligenza artificiale gli donino un soffio di vita: è il Pinocchio, artefatto dell’uomo, che vuole diventare un bambino vero, con le migliori intenzioni – auspichiamo.

5. La tecnologia

Sul piano tecnico Miquela non si esibisce live, ma interagisce con persone in carne e ossa, ad esempio intervistandole. Per questo, a differenza di Miku, non vive nel presente continuo degli umani, ma in una eterna differita, in un tempo spezzato nel quale la dimensione della vita (interpretata dai personaggi umani) e la rappresentazione grafica del suo corpo digitale, si ricongiungono grazie alla macchine della post produzione e della computer grafica.

Una tecnologia meno complicata di quella in real time, la stessa usata da anni per la creazione di immagini digitali, video compositing ed effetti speciali nel cinema. Ma più consistente, che sposta il peso su un lavoro continuo di ideazione e modellazione 3D. Foto, abiti, featuring, pose, copertine, sponsorizzazioni, videoclip, messaggi: ogni giorno Miquela viene modellata e renderizzata per distribuire molteplici immagini di sé ai suoi follower. E al di là delle speculazioni e delle elucubrazioni, la cosa funziona e anche parecchio.
L’industria della moda (ma non solo) sta spendendo un sacco di soldi in questi personaggi che contemporaneamente racchiudono la magia e il fascino inquietante di robot, intelligenza artificiale e realtà virtuale.

C’è da dire che oggi, con un dispendio di risorse tutto sommato accettabile, qualunque brand potrebbe pensare di realizzare e dare vita a un personaggio virtuale che parli con un certo tono di voce a un certo pubblico. Potrebbero nascere molte altre aziende specializzate nella creazione e soprattutto mantenimento di personaggi digitali, aziende che riuniscano designer, programmatori e narratori per mettere in scena vite artificiali.
È naturale che si sia partiti da un media fotografico come Instagram, e che siano le industrie della moda e della musica le prime a scommettere su questo “contenuto”, proprio perché gli è famigliare. La top model Shudu è generata al computer ma si muove all’interno di un ambiente con naturalezza perché non interviene a cambiarne le regole: si comporta sostanzialmente come le sue colleghe in carne e ossa.
Lil Miquela ha creato maggiore attrito, come abbiamo detto, nell’interazione con personaggi umani, e mi aspetto che la Tv sia la prossima a mettere in campo una versione evoluta dei pupazzi nei programmi per bambini (gente come Uan, Four, Topo Gigio e il più moderno Lallo).
Nel 2030 il festival di Sanremo potrebbe presentarlo un avatar, idolo delle folle, cangiante e duttile nella forma, ma con un’identità magari più solida di molti personaggi in carne ed ossa. Da lì, tutto diventerebbe possibile…

 

Fonti:
https://www.wmagazine.com/story/hatsune-miku-crypton-future
https://www.vox.com/the-goods/2019/6/3/18647626/instagram-virtual-influencers-lil-miquela-ai-startups
https://www.theverge.com/2019/1/30/18200509/ai-virtual-creators-lil-miquela-instagram-artificial-intelligence

Antonio Laudazi

Innovation manager e consulente su strategia e trasformazione digitale. Nel 2012 fondo Marte5, agenzia specializzata in tecnologie immersive, oggi parte del Polo Digitale.
Autore del libro “Niente sarà più come prima”, (Dario Flaccovio Editore) e docente di tecnologie immersive presso l’Accademia Leonetto Cappiello di Firenze.
Co-fondatore di Psicologia 4D, laboratorio sul trattamento delle fobie tramite psicoterapia e realtà virtuale.

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Il gufo è simbolo di conoscenza, saggezza e capacità di osservazione. Il modo in cui vede è molto diverso dal nostro, ma come noi vede ciò che gli serve vedere per sopravvivere. In questo, al pari di altri animali, mi ricorda che la realtà è relativa e che la natura non ha pensato solo ad “ottimizzare” l’uomo.
Le tecnologie immersive hanno questa stessa caratteristica. Possono offrire punti di osservazione differenti o completamente nuovi, materializzare le immagini della nostra mente e offrire una differente interpretazione del mondo.