Una dimensione parallela

Cosa succede a un contenuto di realtà aumentata mentre non lo osserviamo?

Il riferimento al paradosso del gatto di Shrödinger non vuole complicare la questione della realtà aumentata trascinandola nelle intricate maglie della meccanica quantistica. Ma in effetti c’è un concetto spesso trascurato quando si pensa alle tecnologie immersive, ed è quello della persistenza.

Si crede erroneamente che aggiungere un oggetto digitale allo spazio fisico sia un’attività effimera. In realtà stiamo arredando uno spazio sovrapposto a quello ordinario.
A chi si fosse perso le puntate precedenti, ricordo che per visualizzare un contenuto in realtà aumentata in un determinato luogo, occorre:
a) creare un’associazione tra il contenuto e il luogo nel quale vogliamo inserirlo;
b) richiamarlo inquadrando tale luogo con il proprio smartphone o con dei visori.

Bene, adesso verrebbe da pensare che quel contenuto sia solo nello smartphone e non nello spazio fisico. Il che è vero solo in parte. Quando geolocalizziamo un’informazione, quella certamente risiede nel sistema utilizzato per visualizzarla (in questo caso lo smartphone), ma appartiene al luogo al quale è stata associata.
Allo stesso modo, un oggetto in realtà aumentata entra a far parte del luogo per il quale è stato pensato e nel quale è stato collocato. Al pari di un oggetto qualunque e diversamente da un video o da un software.

In questa semplice osservazione si capisce come la realtà aumentata porti un cambio di prospettiva. Infatti, non è detto che distogliendo lo sguardo (ossia la fotocamera dello smartphone) dal nostro spazio, il contenuto in realtà aumentata cessi di esistere.

Facciamo l’esempio di un dinosauro in salotto. Soprassediamo per un momento sull’utilità di visualizzare un dinosauro nel proprio salotto e andiamo avanti.

Inquadriamo lo spazio vuoto tra il divano e la tv ed ecco uno splendido, gigantesco e antico animale in scala, perfettamente dettagliato. Sembra vero, sta per azzannarci!
Bene, rimettiamo il telefono in tasca e il dinosauro, grazie a dio, scompare ai nostri occhi. Senza il filtro tecnologico offerto dallo smartphone (e dai sistemi che ci girano dentro), la realtà aumentata (per il momento) non è visibile.

Ma, sentite bene: il dinosauro, al di là che lo vediamo o meno, è sempre lì.

Fino a poco tempo fa sarebbe stato molto complicato dotare un sistema di realtà aumentata della capacità di ricordare dove si trovavano gli oggetti virtuali rispetto allo spazio reale.
Oggi è una delle funzionalità più interessanti di quella che chiamiamo Mixed Reality, ovvero una realtà aumentata ancora più integrata con lo spazio fisico.

Ebbene, questa memoria fa passare la realtà aumentata da un sistema dipendente dal proprio telefono, a una dimensione parallela nella quale inserire contenuti digitali salvo poi richiamarli all’occorrenza.

C’è ad esempio un gioco che consiste nel coltivare piante virtuali. Indossi il visore e le vedi sparse per casa; ti togli il visore e non ci sono più. Ma quelle continuano lo stesso a crescere, evolvere, avere sete o morire, anche mentre non stai lì a giocarci. Anche mentre non le stai vedendo. Come succede a una qualunque pianta reale nel nostro mondo.
Fa molta differenza il fatto che ciò accada a un contenuto in Mixed Reality, integrato nello spazio reale, e non nello spazio bidimensionale (per quanto intelligente) di un videogame.
È la medesima differenza che intercorre tra qualcosa che sta accadendo lì davanti a te, in quel momento, e un qualcosa di programmato nel quale siamo “solamente” accompagnati. È un’oggetto che appartiene alla forma tridimensionale del quotidiano.

È come un piano della realtà che si può svelare o tenere nascosto. E che, come dicevamo, continua a esistere anche se non lo osserviamo, accanto a noi. È un velo.

Come racconto più approfonditamente in questo articolo, tutto ciò sta sollevando anche qualche problemino etico per gli inserzionisti che già stanno mettendo le mani su questo spazio, illusorio quanto vuoi, ma che esiste a tutti gli effetti (perché sortisce degli effetti, informando o emozionando, ad esempio), a prescindere che non sia immediatamente visibile. Ma d’altronde, neanche l’aria è visibile. E tuttavia c’è.

Ti lascio quindi a meditare su questo punto di vista e su un racconto di Augusto Monterroso, uno dei più brevi mai scritti:
Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì

Photo by Umanoide

L'autore

Antonio Laudazi

Umanista digitale, startupper, docente e copywriter. Nel 2012 fondo Marte5, agenzia specializzata in tecnologie immersive, oggi parte del Polo Digitale.
Sono consulente per le imprese su strategia e trasformazione digitale e co-fondatore del laboratorio di psicologia e realtà virtuale di Digital Fool.
Se vuoi capire come integrare le tecnologie immersive nella tua attività contattami per una chiacchierata.

Antonio Laudazi

Umanista digitale, startupper, docente e copywriter. Nel 2012 fondo Marte5, agenzia specializzata in tecnologie immersive, oggi parte del Polo Digitale.
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Il gufo è simbolo di conoscenza, saggezza e capacità di osservazione. Il modo in cui vede è molto diverso dal nostro, ma come noi vede ciò che gli serve vedere per sopravvivere. In questo, al pari di altri animali, mi ricorda che la realtà è relativa e che la natura non ha pensato solo ad “ottimizzare” l’uomo.
Le tecnologie immersive hanno questa stessa caratteristica. Possono offrire punti di osservazione differenti o completamente nuovi, materializzare le immagini della nostra mente e offrire una differente interpretazione del mondo.