I social del futuro

Il connubio tra social network e realtà virtuale potrebbe sorprenderci.

Lo ha ammesso Facebook: troppi social probabilmente non fanno bene.

E se lo dice lui c’è da fidarsi.

Questo ha che fare con le scariche di dopamina frequenti e a breve termine alle quali stiamo abituando il nostro cervello.
La dopamina, appunto, è una sostanza prodotta dal nostro corpo che attiva un senso di benessere, ma da dove arrivano questi impulsi di “chimica soddisfazione e godimento”?

Beh, ma è ovvio: dai like e dalle interazioni degli altri rispetto a quello che abbiamo condiviso.
Dall’attenzione e dal presunto interesse verso di noi.

Che goduria quel “mi piace”, dunque conto qualcosa per qualcuno?!

In realtà no, mi spiace.
Conti qualcosa sempre e solo per chi ti vuole bene davvero. Tutti gli altri? Business e un gioco nel quale il banco, Facebook e soci, vince sempre.

Troppo cinico? Può darsi, ma non è questo il punto.

Il punto è che l’assenza di questi micro apprezzamenti sui social, al contrario, genera ansia, depressione e la sensazione di essere sottostimati, ignorati, ininfluenti.

Come può dunque la realtà virtuale opporsi a questa condizione?

Lauren Sherman, autrice di uno studio del 2016 sugli effetti dei social media sugli adolescenti, ha dichiarato alla CNN. “You use someone’s gestures or facial expressions, that sort of thing, to see how effective your message is. If you go online, one of the ways you gauge the effectiveness of your message is in the number of likes, favorites or retweets.” In other words, we gauge the success of an online interaction quantitatively, not qualitatively”.

Secondo la Sherman, dunque, la riprova sociale delle nostre azioni e interazioni “dal vivo” include una parte fondamentale e non verbale della comunicazione che rende a vari livelli l’efficacia dei nostri messaggi. È una misurazione qualitativa.
Gli emoticons, in estrema sintesi, svolgono questo ruolo.
Oramai, molti messaggi di testo non possono fare a meno di un emoticon e il rischio è di essere fraintesi.
Emoticon a parte, nei social vige invece un’approccio è quantitativo.
Puoi essere Edgar Allan Poe, ma se ottieni 5 like alla tua nuova poesia, sei comunque uno sfigato e puoi cambiare mestiere.

Essendo le ricompense qualitative molto apprezzate dal nostro cervello, è quindi facile rimanere assuefatti di un sistema che può dare molti momenti di micro-gioia ma anche creare forti scompensi e perdita di autostima nel lungo periodo.
Oltre al fatto che la dipendenza dalle notifiche provoca danni enormi alla concentrazione e alla produttività.

Con ciò non stiamo dicendo che i social siano un problema o una minaccia in quanto tali. Semplicemente potrebbero essere progettati in maniera da essere più utili, limitando gli abusi, che, ahimè, spesso non dipendono solo dalla tecnologia ma anche da come viene utilizzata.

I social in realtà virtuale, a partire da Facebook Spaces, potrebbero in tempi bravi raggiungere una maturazione tale da cambiare in parte le regole.
Partendo proprio dal linguaggio non verbale che tramite la riproduzione di espressioni facciali da parte dei nostri avatar potrebbe restituire (in buona parte) anche gli aspetti qualitativi della comunicazione.

Il futuro quindi chiede interazioni più significative e pertinenti: più ricche di senso.

Probabilmente interazioni nelle quale coinvolgere piccoli gruppi di “veri amici”, per condividere esperienze quali vedere un film, esplorare un luogo o approfondire una discussione: in realtà virtuale, ma con una percezione e una presenza realistica dell’altro.

Jeremy Bailenson, direttore dello Stanford’s Virtual Human Interaction Lab, sostiene che la realtà virtuale, quando diventerà un fenomeno di massa, spazzerà via la maggior parte dei gadget e delle interazioni attuali, per riportare i social quanto più vicini possibile al semplice “sentirsi come se stessimo in compagnia di qualcuno”, ricordando che è già stato dimostrato come in ambiente virtuale sia possibile riprodurre determinate emozioni come la paura in un modo inimmaginabile attraverso uno smartphone.

Se tutto ciò porterà conseguenze inaspettate non lo sappiamo, ma secondo molti indicatori il futuro dei social è sempre più virtuale.

(Fonte principale: https://goo.gl/GfoNge)

 

Photo by Markus Spiske

 

L'autore

Antonio Laudazi

Innovation manager e consulente su strategia e trasformazione digitale. Nel 2012 fondo Marte5, agenzia specializzata in tecnologie immersive, oggi parte del Polo Digitale.
Autore del libro “Niente sarà più come prima”, (Dario Flaccovio Editore) e docente di tecnologie immersive presso l’Accademia Leonetto Cappiello di Firenze.
Co-fondatore di Psicologia 4D, laboratorio sul trattamento delle fobie tramite psicoterapia e realtà virtuale.

Antonio Laudazi

Innovation manager e consulente su strategia e trasformazione digitale. Nel 2012 fondo Marte5, agenzia specializzata in tecnologie immersive, oggi parte del Polo Digitale.
Autore del libro “Niente sarà più come prima”, (Dario Flaccovio Editore) e docente di tecnologie immersive presso l’Accademia Leonetto Cappiello di Firenze.
Co-fondatore di Psicologia 4D, laboratorio sul trattamento delle fobie tramite psicoterapia e realtà virtuale.

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Il gufo è simbolo di conoscenza, saggezza e capacità di osservazione. Il modo in cui vede è molto diverso dal nostro, ma come noi vede ciò che gli serve vedere per sopravvivere. In questo, al pari di altri animali, mi ricorda che la realtà è relativa e che la natura non ha pensato solo ad “ottimizzare” l’uomo.
Le tecnologie immersive hanno questa stessa caratteristica. Possono offrire punti di osservazione differenti o completamente nuovi, materializzare le immagini della nostra mente e offrire una differente interpretazione del mondo.