Rivendicare lo spazio virtuale

La colonizzazione dello spazio virtuale inizia a porre questioni delicate sul diritto ad occupare una dimensione che dobbiamo ancora codificare.

Nel 2017 il social network Snapchat lancia una funzionalità per creare e condividere contenuti in realtà aumentata denominati “Lenses”.
Il sistema permette infatti di creare oggetti virtuali o animazioni e di distribuirli in giro, georeferenziandoli.

Il programma Snapchat Art, che sfrutta la geolocalizzazione di oggetti virtuali di Lenses, è stato inaugurato niente meno che da Jeff Koons, celebre artista contemporaneo statunitense, il quale ha realizzato una copia di una delle sue opere più famose, il Balloon Dog, e l’ha piazzata in mezzo a Central Park.

Niente di scioccante, verrebbe da pensare. Dove sta la notizia?

Ecco, la notizia sta come sempre nelle reazioni più che nei fatti. Quello che sembrerebbe un’atto pubblicitario del tutto innocuo ha invece aperto una discussione molto acuta da parte di un altro artista, Sebastian Errazuriz, cileno.
Costui non ha apprezzato il gesto di Koons-Snapchat e ha ricoperto l’opera di graffiti, vandalizzandola virtualmente.

La dichiarazione dell’artista contestatore è chiara e illuminante: “Le aziende dovrebbero chiederci cosa vogliamo vedere o meno”, e ancora ”dovremmo poter scegliere ciò che può essere geo-contrassegnato nel nostro spazio digitale pubblico e privato”.
Non so se si è capito, ma si sta parlando di rivendicare la tutela e il controllo dello spazio virtuale, riferendovisi né più né meno come a un qualunque spazio fisico dotato di coordinate geografiche.

Un’esagerazione? No!

Fermiamoci a riflettere. Possiamo discriminare una cosa come esistente o meno solo per il fatto che non è immediatamente visibile con i soli occhi?

Certo che no.

Altrimenti tutti potrebbero inquinare l’aria che respiriamo o sparare musica a tutto volume alle 4 di notte, tanto non si vede. Ed ecco la domanda: è giusto, seppure in una fase embrionale, lasciare questi spazi incustoditi, in balia delle aziende (e degli utenti), senza limiti, regole e controllo?
Se queste dimensioni fossero pianeti, li si potrebbero colonizzare in autonomia solo per il fatto di esserci arrivati prima, o di averli scoperti?
E se un domani, all’improvviso, questi spazi diventassero finiti, quanto varrebbero i presidi eretti oggi?

Stiamo parlando di diritti virtuali e di diritto virtuale. Sta già accadendo. E ciò deve darci la misura di quanto l’argomento sia ampio e complicato su tutti i piani prima che su quello tecnologico.

L'autore

Antonio Laudazi

Innovation manager e consulente su strategia e trasformazione digitale. Nel 2012 fondo Marte5, agenzia specializzata in tecnologie immersive, oggi parte del Polo Digitale.
Autore del libro “Niente sarà più come prima”, (Dario Flaccovio Editore) e docente di tecnologie immersive presso l’Accademia Leonetto Cappiello di Firenze.
Co-fondatore di Psicologia 4D, laboratorio sul trattamento delle fobie tramite psicoterapia e realtà virtuale.

Antonio Laudazi

Innovation manager e consulente su strategia e trasformazione digitale. Nel 2012 fondo Marte5, agenzia specializzata in tecnologie immersive, oggi parte del Polo Digitale.
Autore del libro “Niente sarà più come prima”, (Dario Flaccovio Editore) e docente di tecnologie immersive presso l’Accademia Leonetto Cappiello di Firenze.
Co-fondatore di Psicologia 4D, laboratorio sul trattamento delle fobie tramite psicoterapia e realtà virtuale.

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Il gufo è simbolo di conoscenza, saggezza e capacità di osservazione. Il modo in cui vede è molto diverso dal nostro, ma come noi vede ciò che gli serve vedere per sopravvivere. In questo, al pari di altri animali, mi ricorda che la realtà è relativa e che la natura non ha pensato solo ad “ottimizzare” l’uomo.
Le tecnologie immersive hanno questa stessa caratteristica. Possono offrire punti di osservazione differenti o completamente nuovi, materializzare le immagini della nostra mente e offrire una differente interpretazione del mondo.